domenica 27 gennaio 2013

Diario 3

I due giorni successivi li passo in gran parte a lavorare. Qui, ormai, sono conosciuta ufficialmente come "Ottavia working". Dato il gran numero di bambini da sfamare, c'è sempre qualcosa da fare in cucina: ore ed ore ad impastare, affettare e sbucciare. Trovo giusto il tempo di fare una visita veloce alla cittadina qui vicino, Anjugram, un paesino delizioso con neanche una ventina di negozi.
Intanto sto familiarizzando con le suore del convento. In generale, non ho mi avuto un giudizio positivo delle istituzioni religiose. Ma si tratta, per l'appunto, di un giudizio generalizzato. Di fatto, esistono delle realtà in cui si trova solo del gran bene. E ho la piacevolissima sensazione di essere capitata proprio in una di quelle.
I bambini sono semplicemente stupendi. Io che sono arrivata qui con la paura di dover combattere contro la loro diffidenza, vengo subito sommersa dal loro entusiasmo e dalla loro curiosità. C'è una gara continua per rivolgermi la parola, tutti vogliono sapere qualcosa di me, e le domande sono sempre le stesse: da dove arrivo, che lavoro faccio, come si chiamano i miei genitori, se ho sorelle o fratelli, se sono sposata e se ho figli. Vogliono che scriva il mio nome sul mio quaderno, per essere sicuri della pronuncia, e vogliono a loro volta scrivermi il loro.
Naturalmente, così tanta allegria nasconde purtroppo storie altrettanto tristi. Ajar è un bambino di sette anni, che è arrivato qui al convento solo da pochi mesi. In passato ha subito ripetutamente abusi, e così adesso ha problemi comportamentali: spesso reagisce mordendo e tirando oggetti quando un adulto cerca di avvicinarsi. Le suore mi dicono di stare particolarmente attenta a quel bambino, e mi consigliano di non avvicinarmi troppo. Naturalmente vado subito da lui. Ho notato che Rinthiya gli è molto affezionata, ha un atteggiamento particolarmente protettivo nei suoi confronti. Significherà pure qualcosa. Al primo tentativo di approccio Ajar reagisce male, le suore me l'avevano detto. Quello che però non mi hanno detto è l'incanto del giorno dopo, quando Ajar prende in mano una candela e, a gesti, mi fa capire che vuole essere fotografato. E così si mette in diverse pose, prima seduto sul prato, poi contro un albero con la candela sollevata verso l'alto. Poi vuole fotografare me, ma la macchina è troppo pesante per lui, e così la fotografia viene mossa. C'è anche Rinthiya. A lei non piace essere fotografata, me ne sono accorta anche se non me l'ha detto esplicitamente. Si diverte molto, invece, ad allestire la scena, da grande probabilmente farà la scenografa. 
Osservo Ajar, e mi prende una tristezza enorme al pensiero di quello che deve aver passato. Ma ormai ho imparato che in questo posto l'insostenibile va a braccetto con il sublime, e così mi basta voltare leggermente lo sguardo per vedere Rinthiya che, con  un atteggiamento spavaldo che nessuna suora avrebbe osato, ordina a Ajar dove e come posizionarsi per essere fotografato nel modo migliore. Proprio in questa fase riesco a scattare una foto a Rinthiya e il suo amico, senza che lei se ne accorga. La foto è sfocata, tecnicamente non vale una cicca. Eppure è una delle mie preferite di tutto il viaggio.
Il giorno dopo Rinthiya è particolarmente di buon umore, e vuole essere fotografata mentre gioca assieme ad Ajar con la sabbia. Vederli giocare è una sensazione che mi scalda il cuore come poche altre cose, di quelle sensazioni che ti augureresti di provare di nuovo in futuro.



Ajar


Rinthiya e Ajar

                                                                   
Rinthiya e Ajar