sabato 26 gennaio 2013

Diario 2

Qui, con tutte le divinità che vengono venerate, sono più i giorni di vacanza che quelli di lavoro. E così, anche il terzo giorno in India è di libertà. Ne approfitto per visitare Madurai e il suo famoso tempio. Al ritorno dalla visita, il figlio del conducente dell'autorisciò si appropria della mia macchina fotografica, e inizia a scattare foto in ogni direzione per poi mostrarmele divertito. Scopro allora di essere razzista: ad un bambino italiano non l'avrei mai concesso.
La mattina del giorno dopo conosco Pandi, responsabile locale per il programma di volontariato, che è venuto a prendermi per condurmi ad Agalappapuram, villaggio dal nome impronunciabile dove si trova la Sacred Heart Convent School, ovvero il posto in cui dovrò svolgere la mia attività. Si tratta di una scuola, istituita all'interno di un convento, gestita da suore e frequentata da bambini orfani, o con genitori talmente poveri da non potersi prendere cura di loro, di età compresa tra 3 e 18 anni.
Il viaggio dura quattro ore, e così ho modo di apprendere da Pandi diverse informazioni sulla situazione che mi aspetta. Scopro così di essere l'unica volontaria sul posto. Secondo Pandi questo è un bene: "So they will respect you", mi dice, riferito ai bambini. Ho i miei dubbi. In ogni caso la cosa non mi dispiace, così potrò dedicarmi senza troppe distrazioni alla mia attività.
In macchina siamo in tre: io, Pandi ed un suo amico, che mi viene presentato come un "very good driver", e che passerà le quattro ore del viaggio a schivare all'ultimo momento camion, motociclette e quant'altro.
Sulla strada ci fermiamo per pranzare. La tappa successiva è invece per recarsi ad un ufficio di cambio, dove Pandi riesce ad avere un tasso particolarmente agevolato (preferisco non indagare). Questa tappa è necessaria, in quanto nel villaggio dove ci stiamo recando non esistono uffici di cambio, banche o sportelli automatici per il prelievo di contanti.
Arriviamo al Sacred Heart Convent intorno a metà pomeriggio. Il posto è fantastico, regna ovunque una quiete indescrivibile. Quiete che viene bruscamente interrotta quando scopro che una delle mie mansioni consisterà nel dare una mano in cucina. Poveri bambini, penso, come se già non avessero abbastanza problemi. La cuoca che dovrò aiutare è Ihina, una donna del posto di un anno più di me, vedova e con due figli, che sprizza simpatia ed allegria da tutti i pori, come del resto un po' tutte le persone che mi è capitato di incontrare fino ad ora.
La camera è davvero molto modesta. Qui trovo finalmente i famosi secchi in sostituzione della doccia. Il letto non ha un materasso, bensì una stuoia di corda appoggiata sulla rete e coperta da un leggero lenzuolo di cotone.
Prendo subito nota delle regole fondamentali: i piatti si risciacquano in un lavatoio esterno, senza l'uso del detersivo, e la spazzatura (come, ad esempio, la buccia della frutta) viene buttata al di là di un muretto, per essere mangiata da animali non meglio specificati. Questa, in realtà, deve essere un'abitudine diffusa, che ho notato anche a Madurai, presso la famiglia che mi ha ospitato i primi giorni.
La sera affronto il mio primo compito: stendere la pasta che servirà a fare i chapati per tutti i bambini. Siccome sono davvero tanti, bisogna essere almeno in due per velocizzare la cosa: io divido la pasta, la stendo e, ad uno ad uno, Ihina frigge i chapati. Il figlio di Ihina, un bambinetto di sei anni capace di produrre qualcosa come cinque chapati al minuto, mi fa da supervisore, e con un'educazione ed un atteggiamento composti insoliti per la sua età mi illustra la migliore tecnica da utilizzare.
Nel frattempo tornano i primi bambini, che sono stati portati in gita per i festeggiamenti degli ultimi giorni. Mi affeziono subito in modo particolare a Rinthiya, una bambina meravigliosa di cinque anni, più schiva e silenziosa rispetto agli altri, con uno sguardo così fermo e deciso da fulminare.
Una volta finito il lavoro in cucina, ritorno nella mia camera. Ormai è sera inoltrata. La finestra ha due fessure laterali tra le imposte e il muro, e così un geco è riuscito ad intruffolarsi e si è posizionato in bella vista sulla parete, vicino alla lampada a muro, in cerca di zanzare da mangiare. Negli ultimi giorni ne ho visti tanti di gechi, ma tutti di dimensioni modeste. Questo, invece, è talmente grande da impressionarmi. E così, per diverse ore rimango con gli occhi spalancati e la luce accesa. L'India mi tiene sveglia. Mi addormento solo verso mattina, quando ormai mi sono abituata alla presenza del geco.