sabato 26 gennaio 2013

Diario 1

Partenza: Milano. Arrivo: Madurai. Due scali, tre tratte: Milano-Dubai, Dubai-Chennai, Chennai-Madurai.
Il viaggio lo trascorro con Letizia, un'altra volontaria con cui sono entrata in contatto alcune settimane prima della partenza. Alla'aeroporto di Madurai troviamo Marco, un ragazzo sardo che, con la stessa organizzazione a cui ci siamo rivolte io e Letizia, ha progettato un viaggio di tre mesi in India.
Veniamo subito accolti da un responsabile della zona, che ha il compito di condurci alle rispettive residenze. Nel mio caso si tratta di una residenza provvisoria: proprio quel giorno, infatti, ha inizio il Pongal, una festa molto sentita nel Sud dell'India, che dura quattro giorni. Gli accordi sono che io inizi la mia attività di volontaria il giorno dopo la chiusura della festa.
La strada che percorriamo dall'aeroporto alla famiglia che mi ospiterà per le prime tre notti è un groviglio indistricabile di profumi e colori, macchine e scooter che sfrecciano incuranti di ogni regola della strada, negozi moderni ma fatiscenti, mucche che si cibano di immondizia e uomini ridotti a pelle e ossa che trascinano risciò.
Durante il tragitto facciamo una sosta per pranzare. Il ristorante dove ci fermiamo non prevede l'utilizzo di posate. Davanti a me un uomo in divisa, appartenente alle forze dell'ordine, si impegna a mescolare meticolosamente con le mani il contenuto del suo piatto, ovvero riso e svariate salse, trasformando tutto in un'unica poltiglia. Basta guardarsi attorno per accorgersi che si tratta di un'abitudine comune. In effetti, non sapevo ancora che mi sarebbe toccato mangiare con le mani per il resto della mia permanenza in India.
La mia residenza provvisoria è piuttosto carina, anche se molto modesta. Possiede addirittura una doccia, anche se non chiusa all'interno di un box. Da queste parti è un lusso: mi dicono che di solito ci si arrangia a lavarsi utilizzando i secchi (cosa che avrò modo di verificare in prima persona). C'è anche un depuratore dell'acqua, per renderla potabile, e anche questo è un lusso. A cena mi danno da mangiare la stessa cosa che ho mangiato a pranzo, ovvero una sorta di piadina (il nome esatto è "chapati") condita con salse e miscugli vari, per lo più piccanti e speziati. Il giorno dopo, la colazione è un simpatico rito che coinvolge almeno una decina di persone, tra i componenti della famiglia che mi ospita e altri volontari, provenienti da varie parti del mondo. I personaggi sono simpatici: oltre a due ragazze danesi, che lavorano come ostetriche in una clinica del posto, c'è Florian, un ragazzo francese che frequenta uno stage di giornalismo, e poi Isabel, una signora inglese che collabora con una rivista locale. Ma lo spettacolo più bello è Aisha, una bambina di pochi mesi facente parte della famiglia che mi ospita, così pacifica e serafica da trasmettere serenità solo guardandola. Il rito della colazione si prolunga per almeno un'ora: mi avevano avvertito che qui i tempi sono molto rilassati, e la cosa non mi turba affatto. Mi turba, invece, che qui le strade siano senza nome e le case senza numero: un incubo per una come me, completamente sprovvista di memoria visiva e senso dell'orientamento. Ma non importa, in qualche modo me la caverò.
Dopo la colazione, io, Marco e Letizia decidiamo di avventurarci alla scoperta di Madurai. Per raggiungere il centro della città prendiamo l'autorisciò. Madurai è caotica. Mi piace.
Scopro con grande piacere che da queste parti la gente ama farsi fotografare. La sera faccio scorrere le prime foto scattate, ovvero una carrellata di volti sorridenti. E nessuna delle persone in questione era lì per mendicare. Si tratta di sorrisi veri, elargiti anche dalle famiglie che ti sfrecciano davanti in quattro su uno scooter, o da coloro che ti scorgono solo da lontano, elargiti insomma anche in quelle situazioni in cui è evidente che da un sorriso non si ricaverà niente. Ed è questa la cosa meravigliosa di cui mi rendo conto: quella gente partecipa alla mia gioia.