venerdì 7 settembre 2012

La selezione

Quel giorno il suono della sveglia non mi diede alcun avvertimento. Sembrava una mattina come tante altre, né più né meno. Anzi, per dirla tutta, la giornata si preannunciava piuttosto noiosa: un pranzo di lavoro, una riunione a metà pomeriggio, qualche incombenza burocratica da espletare nei ritagli di tempo. Così, come al solito, dopo aver consumato un'abbondante colazione indossai la giacca, presi le chiavi della macchina e mi avviai verso il parcheggio dello stabile dove vivevo ormai da oltre dieci anni. Il cielo sereno e la temperatura mite predisponevano in modo naturale al buonumore, e io misi in moto l'automobile con la testa sgombra da problemi e preoccupazioni.
La situazione cominciò ad apparirmi singolare al terzo incrocio che incontrai lungo la strada, dove notai la mancanza del cartello stradale che da sempre, nella mia memoria, indicava la direzione per arrivare al paese di periferia dove si trovava il mio ufficio. Dopo aver comunque imboccato la solita strada, cominciai a guardarmi intorno con fare circospetto: l'unica macchina presente nei paraggi era la mia, e questa situazione si protraeva ormai da svariati chilometri. Lo stupore si trasformò in vera e propria preoccupazione quando cominciai a rendermi conto della progressiva scomparsa di qualsiasi elemento che contribuisse a comporre il paesaggio: prima le case e le altre costruzioni, poi gli alberi e tutta la vegetazione che da sempre caratterizzava quei luoghi. Alla fine, mi ritrovai a guidare incredulo su una strada isolata che si dilungava, apparentemente senza inizio e senza fine, all'interno di un improbabile deserto, in cui era evidente la mancanza assoluta di confini e di qualcuno (o qualcosa) che fungesse da riferimento. Posai lo sguardo sull'indicatore di livello del carburante, e notai che la spia della riserva era accesa. Accesa? Ma non avevo fatto il pieno di benzina appena la sera prima? Arrestai la macchina e aprii il cruscotto per estrarne il mio telefono cellulare, con movimenti resi incerti dall'agitazione. Come temevo: niente campo, il telefono era fuori uso. Misi nuovamente in moto l'automobile, ma riuscii a percorrere solo qualche chilometro prima di rimanere senza carburante. Abbandonai quindi definitivamente la vettura per incamminarmi a piedi. La mia angoscia aumentava passo dopo passo. L'arsura dilaniava gola e labbra, e la vista diventava sempre più offuscata. Quando credevo di essere giunto ormai allo stremo delle forze, intravidi una costruzione a poche decine di metri di distanza. Si trattava di un edificio spoglio, più precisamente di una piccola casa bianca e di forma rettangolare, con un tetto di tegole rosse, una porta di legno scolorito e quattro finestre su ogni lato, sprovviste di vetri ma protette da fitte inferriate di metallo nero. Cercai disperatamente di raggiungere quella porta prima di perdere i sensi, che sentivo in procinto di abbandonarmi da un secondo all'altro. Quando finalmente allungai la mano e impugnai la maniglia, provai una sensazione mista di speranza e terrore: speranza di essere giunto alla fine di un incredibile incubo, e terrore per quello che avrei trovato dietro a quella porta.
La spalancai in modo irruento e, con mio sconcerto, mi si presentò alla vista una stanza vuota, di medie dimensioni, che all'apparenza non aveva alcunché di preoccupante. Ma all'improvviso la porta si chiuse alle mie spalle, come governata da una forza imperscrutabile, e la temperatura cominciò a salire vertiginosamente. Notai che la parete davanti a me era provvista di una seconda porta, esattamente frontale rispetto a quella da cui ero entrato. Spinto dal calore ustionante, mi precipitai ad aprirla. Quello che trovai fu una stanza identica alla precedente, ma di dimensioni leggermente inferiori. Di nuovo un'altra porta davanti a me. Di nuovo la aprii, e di nuovo mi ritrovai in una stanza più piccola di quella da cui provenivo. Basta, questo incubo doveva finire in qualche modo! Nella stanza successiva, con ogni probabilità, non sarei nemmeno riuscito ad entrare. Ma d'altronde, quale alternativa avevo? Stavo già per avventarmi sull'ennesima porta, quando qualcosa attirò quel poco che ancora rimaneva della mia attenzione: sul pavimento, proprio davanti ai miei piedi, si trovava una botola di legno, provvista di una maniglia di ferro. La sollevai e, d'impulso, mi gettai, percependo il vuoto sotto di me.
Fu in quel preciso momento che mi svegliai. Mi ci vollero solo pochi secondi per realizzare dove mi trovavo. Sulla parete di fianco a me, in bella vista, era affisso il manifesto di propaganda che negli ultimi mesi era stato diffuso per tutta la città. "Aperte le selezioni per il mondo del lavoro, anno...": questa era la frase di apertura del manifesto, che poi proseguiva con l'elenco di tutte le regole a cui dovevano attenersi i partecipanti. Un braccio meccanico staccò automaticamente i terminali per la realtà virtuale dalla mia piattaforma. La stanza era spoglia e fredda, come tutte le stanze di tutte le sedi dell'Agenzia per l'Inserimento Professionale. In quel momento nella stanza erano presenti una decina di partecipanti, di cui circa la metà era ancora nella Fase di Situazione Indotta, mentre gli altri, come me, avevano da poco terminato la prova. Notai, con un pizzico di risentimento, l'atteggiamento entusiasta di uno di loro, che si era appena accorto della spia luminosa verde sulla sua consolle. La mia spia, invece, era di un bel colore rosso acceso. Anche questa volta non ce l'avevo fatta.
D'altronde, la mia era un'impresa ardua. Voler fare l'educatore di androidi, proprio per la natura imprevedibile e spesso violenta di questi esseri artificiali, comportava il superamento di tre prove tra le più ostiche: gestione delle situazioni di panico, resistenza al dolore fisico e capacità di reazione in situazioni di emergenza. Era già da quattro anni che mi sottoponevo a questa selezione, ed ero assolutamente deciso a tentare nuovamente. La mia famiglia aveva una lunghissima tradizione come educatori di androidi, e io l'avrei portata avanti, a qualsiasi costo.
Andai nell'atrio adiacente alla stanza dove si era svolta la prova. Qui si trovava una sorta di reception, dove allungai il mio tesserino magnetico ad una delle assistenti che si lavoravano dietro al bancone.
-Prego, miss...-
-Miss Parker, dottor Carlberg, Miss Parker! Dopo tutte le volte che è stato qui, dovrebbe ben avere imparato il mio nome.- disse, mentre scriveva distrattamente qualcosa su un foglio sciolto. Poi, senza motivo, parve recuperare improvvisamente l'attenzione.
-Allora ci vediamo il mese prossimo, dico bene, dottor Carlberg?- Nel pronunciare queste parole, prese tra pollice e indice la stanghetta degli occhiali per abbassarli sul naso, e alzò lo sguardo verso di me con un gesto di ammiccamento. Quanto odio la gente che ammicca!
-Dice bene, sì, miss Parker...
Presi il cappello e mi diressi verso l'uscita.